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Anaal Nathrakh – In The Constellation Of The Black Widow (27/03/2010)

marzo 29, 2010

A due anni di distanza da quel baratro infernale a nome “Hell is empty…and all the devils are here”, ecco i nostri Mick Kenney e Dave Hunt ritornare sulle scene con un altro concentrato di nera depravazione e follia psicotica a nome “In the constellation of the black widow”, dieci tracce lancinanti che si dipanano in poco più di mezz’ora di un black metal sfigurato, mutante, imbastardito dall’irruenza del grindcore e da quell’alienante atmosfera industriale che ormai è marchio di fabbrica del duo inglese.

 Ecco quindi gli Anaal Nathrakh, intenti nella loro opera di dissezione e ricomposizione dis-armonica di Emperor e Nasum, riprendere quanto di buono fatto nei dischi precedenti e, dopo un lavoro certosino che non lascia alcun dettaglio al caso, riproporre la propria formula ormai collaudata con insana maestria anche in questo ultimo, malsano, aborto; ma la differenza con il passato recente si sente eccome, perchè anche se dopo quella mazzata di dimensioni immani del disco precedente era difficile fare meglio, beh, i nostri ce l’hanno fatta. Una ricerca dei suoni meticolosa, con chitarre corpose ma laceranti allo stesso tempo, una sezione ritmica dinamica e violenta che non risente assolutamente del drum-programming, orchestrazioni ed effetti di gran gusto e sempre al servizio delle composizioni, linee vocali ancora una volta ispiratissime che passano dal growl più cupo, a sibili demoniaci, a cori maestosi e al solito screaming che spazia dai timbri più classici a quei rantoli disperati e strazianti, vero trademark dei nostri. Ogni canzone è un piccolo gioiellino abbandonato in una pozza putrida. Dalla titletrack fino alla conclusiva “Blood eagles carved on the backs of innocents”; non c’è un solo riff che non colpisca in pieno volto lasciando cicatrici profonde, in un disco che vince su tutta la linea, mostrando una varietà e un gusto compositivo ragguardevoli, aperto quando serve a linee melodiche ispirate che, qua e là, ricordano i fasti dei maestri Dissection, stravolti – e non poteva essere altrimenti – dalla poetica dei due Anaal Nathrakh che hanno le idee molto chiare su come esprimere, in modo personale, l’estremo in musica. E allora lasciamoci travolgere dall’irruenza torrenziale di “I am the wrath of gods and the desolation of the earth music”, dalla spettacolare “The unbearable filth of the soul” che, magmatica ed ipnotica, si trasforma in una fucilata in pieno volto, in un connubio corrotto di Rotten Sound e Satyricon, oppure da “So Be it”, una canzone che ti afferra alla gola e ti lancia in una dimensione parallela in cui ululano i venti gelidi di “Storm of the light’s bane”, solo impregnati di quel fumo asfissiante tipico di uno scenario apocalittico post-moderno. C’è poco da fare, i due inglesi sanno bene quello che fanno, e anche queste ultime tracce all’insegna della costellazione della vedova nera confermano gli Anaal Nathrakh come una delle realtà estreme più fulgide attualmente in circolazione.

http://www.empireofdeath.com/public/template4/dettaglio_recensione_session.asp?id=1793

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