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Dying Fetus – Descend Into Depravity (14/09/2009)

gennaio 5, 2010

Era grande l’attesa per il successore dell’acclamato “War of Attrition”, album terremotante che aveva riconfermato il Feto Morente come una delle realtà più fulgide mai partorite dal brutal death metal.

A due anni di distanza, i tre folli del Maryland sono tornati, e non contenti di aver triturato i padiglioni auricolari degli ascoltatori con il precedente album, da molti ritenuto il punto più alto dei tre deathsters dopo il seminale “Destroy The Opposition”, feroci come pochi intraprendono il loro personalissimo viaggio negli abissi della depravazione e riemergono con un disco stupefacente, capace di superare in intensità l’illustre predecessore. Non che ci siano variazioni sostanziali nel sound dei Dying Fetus, la formula inventata da loro (e copiata da una miriade di bands) fatta di un brutal death tritaossa con influssi punk-grind-hardcore resta la medesima, e riconferma il Feto Morente come un’istituzione in un certo modo di intendere l’estremismo sonoro. In misura maggiore rispetto a “War Of Attrition” però, tutti i tratti peculiari del sound dei nostri vengono amplificati all’ennesima potenza, con l’intento di travolgere, devastare, non lasciare prigionieri, e dimostrare a tutti che in questo campo, John Gallagher e soci non hanno alcun rivale.

In quest’ottica, l’opener “Your Treachery Will Die With You” è il manifesto più limpido di un album che lascia a bocca aperta dall’inizio alla fine, fatta di riff al fulmicotone taglienti come lame di rasoio, un drumming preciso, violento e capace di decelerazioni groovy come nella miglior tradizione Dying Fetus, frasi soliste al cardiopalma (la sezione centrale in sweep picking è da tramandare ai posteri) e un uso annichilente delle due voci, una gutturale e rantolante di Gallagher, trademark indiscusso dei nostri, l’altra più impostata su un classico scream-growl di un Beasley che, con il suo basso pulsante, sorregge magnificamente il riffing malsano di un Gallagher sempre ispiratissimo. Cosa dire poi della successiva Shepherd’s Commandment? Altra mazzata di una violenza inaudita capace di spezzare la tensione con fughe melodiche inedite e di gran gusto, per poi frantumare l’ignaro ascoltatore con decelerazioni da infarto al miocardio, e lasciare poi il posto a una Hopeless Insurrection introdotta da un riff tanto semplice quanto annichilente, che si sviluppa come di consueto nelle trame intricate tipiche dei nostri e si contorce sospesa tra tecnicismi e bordate pesanti come macigni.

Inutile fare un banale track by track, il disco si attesta su livelli talmente alti che ogni canzone appare come un piccolo, perfetto, tassello di un mosaico dalle tinte malsane eseguito magistralmente, da musicisti che sanno il fatto loro e ormai impartiscono lezioni ad ogni release. Se a questo aggiungiamo una delle produzioni migliori e più azzeccate (se non la migliore) in casa Dying Fetus, con suoni cristallini e un mixing perfetto, titoli e tematiche strepitosi sempre di stampo politico-sociale, e una copertina da infarto che riprende le atmosfere di “Max Payne”, possiamo tranquillamente affermare che “Descend Into Depravity” è il miglior album mai partorito (anzi, meglio “abortito”) dai tre psicopatici del Maryland dopo lo storico “Destroy The Opposition”, dimostrando ancora una volta che dopo 18 anni di carriera e sei album all’attivo, la vena creativa del Feto Morente è più viva che mai. Qui si sfiora il capolavoro, lasciarsi sfuggire un album come questo sarebbe un delitto imperdonabile.

 http://www.empireofdeath.com/public/template4/dettaglio_recensione_session.asp?id=1636

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